giovedì 12 febbraio 2015

Società civile e politica: un'occasione perduta?


La migrazione di otto componenti di Scelta Civica verso il Partito Democratico, avvenuta a stretta distanza dall'elezione del nuovo presidente della repubblica e dalla conseguente rottura del patto del Nazareno, è stato un evento che ha ottenuto molto clamore tra i commentatori pur rivestendo una scarsa sorpresa.

Da mesi ormai era chiaro che all'interno del gruppo parlamentare post-montiano, numericamente esiguo e considerato dal premier come un'appendice del suo partito, molti non trovassero più una ragion d'essere, non essendosi mai innescata una fase due che portasse l'aggregazione, inizialmente troppo eterogenea, nata intorno a Mario Monti ad evolvere in progetto politico aperto e partecipato, abbandonando verticismo e autoselezione in favore di modelli bottom up.


Seppure quindi l'evento sia stato prevedibile, di nessun impatto per la tenuta della maggioranza e riguardi un movimento politico che oggi ha un trascurabile consenso elettorale, la vicenda si presta ad alcune riflessioni di cui sarà bene fare tesoro in un futuro (forse lontano) agire politico.




1. La società civile: conformismo al potere e niente politica dal basso.
Innanzitutto il percorso e il collasso di Scelta Civica sicuramente sembra rimettere in discussione il mito della società civile "salita" in politica per raddrizzare il legno storto dei partiti e per portare merito, innovazione e riforme laddove regnavano mediocrità, immobilismo e clientele. Nei fatti queste élite al servizio della politica hanno portato smaggiore qualità in parlamento, palesando al contempo scarsa predisposizione per la democrazia del consenso, per un'attività politica diversa da conferenze o cene di gala e dalle asperità un po' demodé della militanza: il confronto con gli elettori, il mandato e la rappresentatività  di una base, l'organizzazione di un partito, il campaigning.

Le élite salgono in politica per contare, per decidere, per realizzare, quindi prediligono stare con chi conta, decide, realizza. Si sentono vocati all'esecutivo, tollerano con po' di insofferenza il legislativo. Cercare di intercettare voto di opinione è  attività volgare, comizietti e telepromozioni meglio lasciarli a intrattenitori di professione come Grillo o Berlusconi: Renzi i voti li ha e il problema è rimosso... ehm risolto.

Se il gesto, quindi, pare oggi inelegante e un po' spregiudicato va detto però che molti dei transfughi avevano già una storia nel Partito Democratico (o nel suo ampio perimetro culturale) fatta di correnti minoritarie bistrattate dalla linea benicomunista di Bersani, in assenza di spazio sono saliti sul taxi di Mario Monti per raggiungere il palazzo (o tornarci) con una corsa chiamata da Montezemolo: insomma lasciarono un PD senza nemici a sinistra e rientrano in un partito diventato unica credibile proposta di governo praticabile anche per i cosiddetti moderati, habitat oggi adeguato a coltivare speranze di sopravvivenza programmatica (Ichino) o politica (probabilmente tutti gli altri).


2. Una missione tradita: il soggetto politico liberaldemocratico.
Un altro punto su cui riflettere è quello del cronico deficit di offerta politica liberale: tra il 2011 e il 2012 la crisi di rappresentatività dei partiti esistenti, mise al centro della scena movimenti, comitati, iniziative "issues based" caratterizzati da "liquidità" delle strutture organizzative. Tra la frantumazione di qualsiasi credibilità del centrodestra berlusconiano come forza di governo liberale e il testardo allineamento bersaniano ai temi e ai volti più  conservatori della sinistra si aprì uno spazio che venne aggredito senza adeguato pathos e coerenti strategie, con eccessi settari e punte di snobismo. Alle politiche 2013 la proposta giunse grigia e la protesta variopinta se la mangiò.

Da allora ci sarebbero stati i tempi e il capitale umano per ragionare sugli errori, rilanciare l'offerta politica e rispondere a quella domanda di partecipazione cui si era assistito in precedenza. La verità  è che all'interno di Scelta civica nessuno ha mai avuto reale interesse per coltivare una prospettiva partitica a lungo termine. Il disimpegno di Monti svuotò di qualsiasi significato il progetto e le successive elezioni europee ne certificarono la morte. In quest'ultima occasione Scelta civica costituì una lista apparentata con l'ALDE, eccellente rappresentante delle tradizioni liberali ed europeiste, in appoggio alla candidatura alla presidenza della Commissione europea dell'ottimo Guy Verhofstadt. Interessante vedere oggi la stessa Stefania Giannini, che guidò quella lista, aderire al maggiore azionista del Partito socialista europeo, che  sostenne Martin Schulz, uomo di tradizione robustamente socialdemocratica. 

Scelta civica doveva arginare la probabile vittoria del Partito democratico e a ricreare le condizioni per una grosse koalition a guida Monti, annullando la necessità  di un coinvolgimento al governo tanto della sinistra estrema quanto di Berlusconi. Il PD pertanto non era un alleato, ma un avversario da depotenziare. Scelta civica doveva servire a portare fuori i quattro liberali presenti tra i democratici, invece ha portato dentro alcuni di quelli rimasti i  SC. Doveva costruire una rappresentanza moderata, non ristrutturare la socialdemocrazia scalcinata del Partito democratico .

3. Un liberale può stare in questo Partito Democratico?
Nei giorni scorsi sia Pietro Ichino, dalle colonne del Corriere, che Linda Lanzillotta da quelle del Messaggero, hanno sottolineano che il PD renziano sia ormai un contenitore simile alle sinistre anglossassoni come il Labour britannici o i Dem americani, in cui le idee libdem abbiano cittadinanza e convivano elementi più radicali accanto ai cosiddetti liberal. Andrebbero ricordato però che, se l'arrivo di Renzi alla guida del PD creò alcune aspettative sulla trasformazione del PD in un soggetto blairiano-riformista, la realtà vide il giovane segretario trasformarsi subito in giovane premier, scegliendo di andare subito al governo, senza impantanarsi in una lunga e improba mutazione di quello che è per eccellenza il partito della spesa pubblica, delle partecipate, delle cooperative, dei sindacati.
Un partito che controlla e distribuisce poltrone e prebende, che per fare un esempio - secondo le stime di Sergio Rizzo - ha ricollocato 70 dei 135 deputati non rieletti nel 2013 tra incarichi di governo, di partito, in amministrazioni locali, in enti pubblici e parapubblici o attraverso incarichi privati legati alla politica.
Una pratica del potere difficilmente conciliante con la trasparenza, la meritocrazia, la concorrenza, il rispetto del cittadino, con la riduzione del perimetro di incidenza dello stato e della politica all'interno della società che dei liberali dovrebbero convintamente sostenere.


4. Oltre il renzismo niente: i rischi sopra le opportunità (e gli opportunismi).
Infine l'allineamento nel PD, oggi unica forza che abbia un profilo di governo, crea alcune perplessità espresse efficacemente da Angelo Panebianco sul Corriere e Alessandro Giuli sul Foglio: quali rischi corre una democrazia senza un'opposizione credibile che non si limiti ad essere anti-sistema?
Il partito democratico è il padrone unico del vapore, controlla la presidenza della repubblica, il governo, la gran parte delle amministrazioni locali, spesso e a lungo in contesti cristallizzati per nulla virtuosi (penso a Toscana, Emilia Romagna, Marche e Umbria). Si innalzano inquietanti i segnali di un sistema imperniato su un monopartitismo impermeabile alla democrazia dell'alternanza: l'azione di Renzi, anche nel percorso di riforme istituzionali, sembra puntare sulla desertificazione delle opposizioni, instaurando di fatto un bipolarismo tra un catch all party e movimenti populisti di varia natura. Un sistema che può garantire equilibri ed efficienza in presenza di una leadership illuminata, ma impone fragili equilibri alla tenuta democratica di medio periodo.

Le donne e gli uomini che dicono oggi di volere strenuamente lavorare a un percorso di riforme per rilanciare il Paese avrebbero forse dovuto tenere maggiormente conto della necessità di ricostruire un'offerta politica in competizione col monolite renziano, che garantisca un'opzione liberaldemocratica consolidata, risponda a una domanda di partecipazione politica e di rappresentanza che viene da ampi strati della società, che trasmetta una cultura politica in una fase di pericolosa deriva demagogica.

Da questa congrega di ottimati, insomma, mi sarei aspettato più eleganza, maggior visione e una tensione più chiaramente rivolta agli interessi generali del Paese.


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