domenica 8 dicembre 2013

Matteoscettici e matteofobici: la sinistra anti-Renzi non #cambiaverso

Le primarie del PD probabilmente coroneranno la lunga cavalcata del rottamatore Matteo Renzi verso la leadership del Partito Democratico, chiudendo una sorta di campagna permanente che ha visto impegnato il giovane sindaco di Firenze dalla prima edizione della Leopolda fino ad oggi, passando attraverso le primarie del 2012.
Riassumendo al massimo l' Opa che Renzi ha lanciato sul partito nel corso di questi anni è racchiusa in tre sfide: 
  • anagrafica (facce nuove e giovani contro la vecchia classe dirigente);
  • organizzativa (il partito "social", leggero, aperto e inclusivo contro quello dell'apparato, pesante e costoso);
  • di indirizzo politico (il riformismo blairiano contro la linea socialista).

Trattandosi di temi decisamente eretici per le tradizioni confluite a Sant'Andrea delle Fratte, nonché aliene all'azione politica impressa dalle ultime segreterie, il successo della rottamazione è stato propiziato dal realizzarsi di tre condizioni:
  • le conseguenze della batosta elettorale alle elezioni politiche con l'abbandono di posizioni ostili nei suoi confronti di una parte della dirigenza, desiderosa di riposizionamento per evitare una prossima rottamazione;
  • l'adozione di regole del gioco che hanno trasformato l'elezione del segretario in qualcosa di estremamente simile alla consultazione popolare per l'individuazione della leadership di coalizione;
  • l'impossibilità di individuare una successione con spessore e visibilità politica alla linea-Bersani, ovvero partito saldamente a sinistra e ricambio pilotato dal vertice da metabolizzare lentamente. Da qui le candidature di Cuperlo, fulgido esempio del funzionario di partito anni 70-80, e di Civati, più irrequieto e immaginifico che proietta sogni di una nuova sinistra che vada Landini a Ingroia, passando per Vendola e Rodotà e dialoghi col grillismo ambientalista e NO TAV (insomma la grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa, come direbbe Jovanotti).
Ma la lunga campagna renziana con le conseguenti azioni e sovraesposizione mediatica, oltre a creare una vasta area di consenso, ha suscitato dubbi e paure all'interno e all'intorno del PD tra coloro - militanti e simpatizzanti - che sono maggiormente legati alle tradizioni a i valori della sinistra: sono nati così i matteoscettici e i matteofobici.

Il malumore nei confronti di Renzi nasce dalla percezione di una forte cesura del suo messaggio e dei suoi modi con quelli in cui si riconoscono militanza e appartenenza.
Programmaticamente sono dure da digerire la presa di distanze dalla CGIL, le posizioni "ichiniane" sulla riforma dei contratti di lavoro, l'intenzione di riorentare le politiche di welfare e di allontanare l'immagine del PD da quella di un partito "tassa e spendi". Poco apprezzate anche le proposte in merito alla legge elettorale che Renzi vorrebbe sul modello dei sindaci.
A livello comunicativo gli antropologicamente superiori bacchettano la piacioneria e la disinvoltura davanti ai riflettori, la comunicazione infarcita di slogan diretti e di battute facili inoltre ricordano troppo l'orco di Arcore, il teleimbonitore. I comizi poi sono diventati veri e propri one man show con tanto di fans, foto e autografi. Incommentabili infine i servizi fotografici glamour su Vanity Fair.


I matteoscettici si limitano alla valutazione negativa di uno dei due aspetti, tendenzialmente quello comunicativo, che vedono a rischio di deriva cafonal e che dovrebbe essere ricondotto nei binari di quella sobrietà grave tendente al sussiego fatta di saccenteria e completi marroni.
matteofobici sono terrorizzati da entrambi gli aspetti, in particolare dal programma, che presupporrebbe approdi neocentristi, e dal rischio di una leadeship forte che potrebbe innescare un processo di personalizzazione carismatica simil berlusconiana.

A matteoscettici e matteofobici consiglierei però di cambiare prospettiva e di vedere nella segreteria di Renzi un'opportunità anziché un pericolo. L'orgoglio gauchiste non può prescindere da dati reali: la sinistra, con le caratteristiche del socialismo europeo, è storicamente minoritaria in Italia. Nelle espressioni assunte durante gli ultimi vent'anni, la cosiddetta seconda Repubblica, non ha mai saputo parlare al di fuori del proprio perimetro, dando la sensazione all'esterno di essere portatrice di un messaggio esclusivo, ideologizzato e antagonista.

Nella lunga stagione del centrosinistra non si è mai affermata la capacità di aprire un dialogo credibile e di rappresentare le istanze dei settori produttivi, delle professioni e più in generale con quel ceto medio assottigliatosi e progressivamente impoveritosi. Le sue fortune elettorali sono passate solo attraverso un candidato premier di estrazione democristiana, in grado quindi di rassicurare un elettorato di confine, e ricorrendo a coalizioni amplissime e successivamente ingestibili.


Matteo Renzi, non vede per il PD un futuro quale punto di riferimento a sinistra, né quello di confederatore di tutte le energie antagoniste. Sta proponendo invece un partito a vocazione maggioritaria in grado di conquistare fette di elettorato deluse dall'inconsistenza dall'esperienza del centrodestra berlusconiano, in grado di competere per l'elettorato "moderato", senza imbarcare obbligatoriamente in una coalizione i professionismi del trasformismo neocentrista.

Soprattutto sta rivoluzionando la comunicazione e la percezione del PD nell'opinione pubblica che sta al di fuori del suo elettorato tradizionale. Lo sta trascinando con energia dalla nostalgia malcelata per le Botteghe Oscure all'epoca di Twitter, dalle mozioni congressuali di ottocento pagine alla condivisione in 140 caratteri.
Il Novecento è finito da un pezzo e Matteo Renzi sta provando a spiegarlo al suo partito e a tutti gli elettori italiani, senza considerare quest'ultimi meno degni di essere considerati interlocutori. Si sta affermando come il primo leader social, non solo per l'abilità di utilizzare i nuovi media, ma per il tentativo di dialogare orizzontalmente con ogni singolo, dargli una risposta, coinvolgerlo nel suo progetto.

Assieme a ciò sta cercando di convincerli che non è inseguendo la speranza del trionfo storico e culturale di un modello rivelatosi ripetutamente perdente e inadeguato che il Partito Democratico potrà giocarsi la chance di riformare e ammodernare un Paese gerontocratico, indebitato, stagnante, corporativo.
Le generazioni più giovani ringrazieranno, con buona pace della sinistra matteoscettica e matteofobica.

p.s. Avviso ai naviganti, questa è un'analisi esterna al PD, non è una dichiarazione di voto per una consultazione che, avvenendo in un partito che rispetto ma che non è la mia casa, non mi ha visto partecipare.







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