giovedì 25 luglio 2013

Forzatura Italia, il drammatico che si fa inevitabile.

E' ufficiale: il Popolo delle Libertà, meglio noto come PdL, chiude i battenti dopo le ferie in Costa Smeralda. Il padre-padrone, dopo averlo fatto più volte presagire, l'ha confermato attraverso i social network, media non proprio congeniali alle abilità comunicative del suddetto, ma forse più influenti dell'amato tubo catodico nel periodo estivo.

Insomma, al rientro dal mare il predellino entrerà nel mausoleo di Arcore e assisteremo alla riesumazione della creatura primigenia di Silvio Berlusconi, quella dell'inno gioioso, della calza sulla telecamera, del miracolo promesso e mai realizzato.
                                   

La mossa in sé sembra unicamente ridicola e buona solo per scatenare le ironie di critici e avversari, spesso molto più creativi nell'ideare sfottò che nel fronteggiare concretamente Sua Emittenza, in realtà trattasi di una scelta abbastanza inevitabile: vediamo perché.

L'assenza di regole in un partito così grande, unicamente basato sui rapporti personali con il leader e sul bacio della pantofola, ha reso difficilmente gestibili gli individualismi e ha aperto spazi per le ambizioni di faccendieri e cortigiani. Tutto ciò ha alimentato attriti, invidie e sospetti tra i maggiorenti.
Per Silvio Berlusconi quindi il ritorno a Forza Italia è l'occasione per l'azzeramento di una classe dirigente che egli stesso percepisce come parassitaria e probabilmente infida. Il primo cameriere e vicepremier Alfano, uscito malconcio dal caso kazako, e il gruppo - oggi blindato in ruoli di governo - che organizzò il meeting Italia Popolare (Lupi, Quagliariello, Lorenzin) non sono disposti a vincolare il loro futuro politico alle disavventure giudiziarie del Cav, che invece neccessita di un esercito pronto a difenderlo e di assoluta fedeltà da parte dei vertici.

Inoltre l'operazione di maquillage è per Berlusconi necessaria ad occultare un'espressione politica ormai inutile e controproducente: il PdL, gravato da scandali e malaffare, oltreché seriali sconfitte elettorali, è brand logoro e va abbandonato. 
Elettoralmente parlando non è più riproponibile: lo scorso febbraio ha perso 6 milioni di voti rispetto ai fasti del 2008 e nel corso dell'ultimo triennio ha subito bocciature clamorose alle amministrative. Questo significa sia non avere più la forza di intercettare il voto di opinione, sia non possedere una classe dirigente locale in grado di essere credibile, operativa e concreta.
Attualmente il PdL amministra una sola (Prato) delle 25 città italiane con più di 150mila abitanti.
Nei mesi che hanno seguito quella che ci è stata venduta come una clamorosa rimonta alle elezioni politiche, si è votato per il rinnovo dei sindaci di 20 comuni capoluogo e il PdL non è stato in grado di articolare nessuna alleanza in grado di vincere. Rispetto alle tornate precedenti le liste contrassegnate dal simbolo del PdL (presentate in 19 comuni capoluogo su 20) hanno perso complessivamente oltre 500mila voti (vedere tabella 1), un crollo del  63,85%.

Tabella 1
Capoluogo
% PdL
voti PdL
voti PdL tornata precedente
differenza
Avellino
7,26
2513
5043
-2530
Roma
19,21
195749
560648
-364899
Viterbo
16,61
5560
16103
-10543
Imperia
20,24
1480
12088
-10608
Brescia
14,40
11180
29060
-17880
Lodi
8,55
1545
4442
-2897
Sondrio
8,81
812
1914
-1102
Ancona
10,49
4266
17425
-13159
Isernia
11,93
1583
2393
-810
Barletta
10,73
5730
8762
-3032
Iglesias
11,65
1731

1731
Massa
5,11
1857
6956
-5099
Pisa
10,80
3775
13752
-9977
Siena


4346
-4346
Treviso
5,43
1986
7457
-5471
Vicenza
10,50
4650
15112
-10462
Udine
13,96
5133
12097
-6964
Messina
12,28
13185
24223
-11038
Catania
15,75
20060
35791
-15731
Ragusa
6,98
2306
5210
-2904
Siracusa
10,08
4777
19101
-14324
media e somme
11,87
282795
801923
-512045

Sotterrato il PdL, Berlusconi necessita di una macchina agile da controllare completamente: un movimento completamente carismatico, un brand totalmente identificabile con la sua persona, l'unica in grado di spaccare l'opinione pubblica e ottenere consenso e voti. Meglio che ciò avvenga attraverso un simbolo conosciuto, un marchio con un'utenza già affezionata: serve espressione di continuità nella novità, dato che potrebbero non esserci il tempo, né le forze, per intestarsi un progetto completamente nuovo e veicolarlo mediaticamente.

Il ritorno a Forza Italia, è funzionale sia all'ossessione del padrone per la stasi temporale, il culto della persona, il suo eterno desiderio di irradiare giovinezza, energia e successo, sia alla riproposizione retorica dello spirito del '94. Ma l'uomo solo al comando, che ha fallito la promessa della rivoluzione liberale quando aveva 60 anni, non può esserne un credibile sostenitore in prossimità degli 80 anni, dopo quattro incarichi e nove anni di governo.
La differenza sta nel fatto che il Berlusconi di vent'anni fa aveva la credibilità per vincere, oggi sa di avere le forze per pareggiare, vista la mediocrità e il fallimento di tutti gli avversari finora emersi, e tanto basta per tenere in scacco il sistema. Insomma il progetto politico non ha ambizioni reali di governo, non ha vocazione maggioritaria, è solo uno strumento tattico finalizzato alla sopravvivenza dalle ganasce della magistratura.

                                                  

Con tali presupposti e tali scopi è facile quindi immaginare che il nuovo partito monocratico non prevederà corpi intermedi, congressi con mozioni a confronto, espressioni di minoranza, insomma democrazia, ma sia piuttosto l'elaborazione di un nuovo organigramma Pubblitalia: il Presidente nomina coordinatore e dirigenti, tutti rispondo a Lui che ha ricevuto l'investitura popolare.
Un meccanismo che può produrre non policies, ma soltanto marketing politico, seppure di alto livello e notevole penetrazione.

Ma a chi conviene, oltre al padrone, questa nuova veste partitica? Cui prodest?
Sicuramente ai falchi berlusconiani, che in una risistemazione degli assetti possono effettuare scorribande nelle praterie lasciate vuote dagli uomini attualmente impegnati nel governo Letta.
Ma tra i forzentusiasti va sicuramente annoverata l'antica base e la piccola dirigenza locale, che ha patito la condivisione con gli ex AN di spazi fattisi sempre più esigui a causa delle continue sconfitte elettorali. Un mondo fatto di fedelissimi berlusconiani (alcuni della prima ora) che ha trovato via via sempre meno influenza, meno scranni, meno incarichi nel sottobosco delle partecipate e molta concorrenza di post-missini avidissimi di greppia.

Impensabile a mio modo di vedere, in questo quadro, attrarre i profili eccellenti che la prima Forza Italia coagulò: Berlusconi ha dimostrato di circondarsi prevalentemente di cortigiani e faccendieri, che incentivo ha una persona di qualità e di buona reputazione, oggi, a entrare in un meccanismo opaco di selezione, privo di democrazia interna, dove il dissenso viene mal tollerato? In assenza di diverse garanzie, ma non si vede chi possa offrirle, a motivare la partecipazione potrà essere solo qualche recondito o meno interesse personale.

E' tempo che chi sente l'esigenza di un polo liberale e riformista creda che Berlusconi, pur avendo straordinarie capacità di comunicazione e mezzi pressoché incalcolabili, non sia invincibile elettoralmente e che attendere il cadavere giudiziari del Cav rappresenti un pericolo e non un'opportunità.
E' tempo insomma che qualcuno che non vive negli anni 90 e non voglia ricostruire la geografia politica dell'epoca avanzi una proposta, rilanciando i temi chiave della rivoluzione liberale (meno Stato, meno tasse, meno spesa, meno burocrazia) che il Berlusconi di governo mai ha dimostrato di voler realizzare e sappia sfidare questa sua ultima e definitiva maschera. 
L'efficacia di una proposta politica, in particolare nel vuoto pneumatico del centrodestra, passa per la capacità di comunicare credibilmente una visione di modernizzazione del Paese necessaria ad un futuro di crescita, prima che i già fragili equilibri del Paese franino definitivamente.

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