mercoledì 28 novembre 2012

Quindici giorni per sconvolgere la (seconda) Repubblica

Undici giorni sono già trascorsi, quattro ancora da venire. L'insostenibile immobilità del quadro politico italiano, perfetto riflesso dell'incapacità di opporsi al declino economico e sociale del Belpaese, sembra essere attraversata da una scossa.
Timidi vagiti, elettroshock o esalazioni di ultimi respiri? Tra poco lo sapremo, certamente i partiti protagonisti della seconda Repubblica e i rispettivi leader soffrono di una irreversibile perdita di consensi e credibilità che li predispone ad un prossimo collasso.
Scavando in un'ipotetica agenda, le note che sembrano indicare in queste due settimane il punto di non ritorno e di frattura dei fragili equilibri sono le seguenti:



Montezemolo e Riccardi "Verso la Terza Repubblica".
Il presidente della Ferrari, dopo aver lanciato l'omonimo manifesto, il 17 novembre raduna a Roma i fedelissimi di Italia Futura assieme a un corollario di associazioni riformiste come Verso Nord (area Cacciari), Indipendenti per l'Italia e Zero Positivo. Co-organizzatore il ministro Riccardi che porta in dote una fetta importante di associazionismo cattolico: oltre alla Comunità di Sant'Egidio, aderiscono le Acli e il sindacato Cisl.
In quella sede viene annunciato un progetto elettorale che faccia da nuovo punto di riferimento per laici e cattolici, rivolto ai liberali, ai riformisti e ai popolari. Settemila presenti e un buon radicamento sul territorio sembrano dare solidità al progetto, l'assenza di una leadership e l'insistenza su un patrocinio dai contorni non definiti di Mario Monti rendono più nebuloso il messaggio.
Nessuna apertura verso Berlusconi e Alfano, non invitati Casini né Fini.
I botta e risposta a colpi di agenzie tra la pasionaria Rosy Bindi e il presidente Acli Andrea Oliviero testimoniano la tensione tra i cristiano-sociali del PD che rischiano di veder svanire bacini di preferenze e di tessere. 

Il PDL prossimo allo sbriciolamento.
Angelino Alfano lancia le primarie per rivitalizzare il partito: il risultato è una barzelletta con candidati che neanche al circo Barnum (Santanché, Mussolini, Sgarbi, Samorì, Meloni tra gli altri). Poi pretende di non confrontarsi con gli indagati, gentaglia come quella che lo ha messo a capo del partito e che ha soccorso con voto parlamentare in più di un'occasione. Poi ci ripensa e se torna Berlusconi le primarie non servono. 
Il padre padrone però stavolta è a un passo dal liquidare il partito per rifondare Forza Italia, convinto che le due strutture possano intercettare il 30%, in realtà i sondaggi darebbero le macerie del PDL al 4,5% e la lista berlusconiana (con pochi fedelissimi e qualche giovane amministratore locale) al 6-8%. Per gli ex AN in particolare sembra giunto il canto del cigno.
Berlusconi tergiversa in attesa dei risultati delle primarie di "Italia bene comune": una vittoria di Renzi lo renderebbe anagraficamente impresentabile e renderebbe improponibile la sua vulgata muscolarmente anticomunista; viceversa un successo di Bersani potrebbe consentirgli ancora spazio di manovra per essere determinante negli equilibri della prossima legislatura.

Bocchino il fine stratega politico.
Italo Bocchino con due mosse delle sue si accanisce sull'agonia di FLI. Capolavoro l'endorsement ad Alfano sul tema della legalità, prefigurando una reunion gloriosa nella prossima legislatura con un PDL depurato dai malandrini. Poi in Calabria si accorda con il cristallino Scopellitti, incassando le dimissioni della coordinatrice regionale Angela Napoli, una che le battaglie legalitarie le fa sul serio. Sabato prossimo FLI ha in programma la convention di entrata nella Lista per l'Italia, progetto il cui azionista di maggioranza Pierferdinando Casini non se la passa neppure egli bene: l'ondivaga azione politica, il calo di consenso nei confronti del governo Monti e la concorrenza montezemoliana sembrano ridimensionarne peso, spazi e consensi. Insomma il listone Casini-Fini è tutto da decifrare nelle scelte e nella (ri)presentabilità degli uomini.


L'effetto Renzi sul futuro del PD.
Il primo turno delle primarie di "Italia bene comune" consente di dire che Matteo Renzi ha vinto la sfida del rinnovamento. Appoggiato dal 2% dell'apparato PD ha ottenuto quasi il 36% dei consensi. Più di 1 elettore su 3 che si riconosce nell'area rappresentata dai democratici e dal partito di Vendola ha votato per un candidato che ha vergato un programma all'insegna di liberalizzazioni, riduzione delle imposte, sburocratizzazione della PA, valutazione e premialità per gli insegnanti, innalzamento delle tasse universitarie con accesso al prestito agevolato, adozione della flexsecurity e mantenimento della riforma pensionistica Fornero. Un candidato che ha preso le distanze dalle posizioni in politica estera di Bersani e Vendola, firmatari di un appello favorevole alla costituzione di uno stato palestinese.
Insomma il PD che vola nei sondaggi lo fa grazie alla discontinuità, tanto dal punto di vista della comunicazione quanto da quello dei programmi, del giovane sindaco di Firenze. Un processo con cui sta ibridando l'elettorato e i punti di riferimento di quest'ultimo, ma soprattutto attraverso il quale sta rivelando la cosa più importante di tutte: che anche il mastodontico apparato dell'unico vero partito italiano (gli altri sono oggettivamente tutti movimenti leaderistici) non conta più nulla al di fuori dal mero aspetto organizzativo.
Se domenica a Renzi riuscisse la remuntada, il PD a trazione socialista alleato con SEL sarebbe messo in soffitta e si incamminerebbe verso un riformismo blairiano contro la volontà delle gerarchie del partito. Si aprirebbe insomma una crisi d'identità politica e i mali di pancia degli ex diessini aprirebbero spazi a nuovi scenari sulla rive gauche. 
Ma anche una vittoria di Bersani vedrebbe un day after difficoltoso: con Matteo Renzi e il suo capitale di consensi (che il sindaco non vorrà dilapidare) bisognerà scendere a patti per scongiurare sirene scissionistiche o un disimpegno che potrebbe fare emigrare altrove i suoi sostenitori. La strategia soft di Bersani potrebbe essere quella di riconoscere lo strepitoso risultato di Matteo Renzi come espressione di rinnovamento nei volti, glissando su contenuti e programmi: in tal senso gli verrebbe offerta sul piatto la testa dell'acerrima nemica Rosy Bindi (sempre più nervosa in quanto irrilevante nel partito come catena di trasmissione con il mondo cattolico), e/o concedendogli peso decisionale nella scelta degli uomini da candidare soprattutto alla Camera. 

mercoledì 23 maggio 2012

Amministrative 2012: l'ineffabile Bersani

post tratto dal mio blog Polis, Policy, Politics su Il Futurista

La tornata appena conclusasi delle elezioni amministrative 2012 ha avuto esiti che hanno il merito di mettere a nudo, forse definitivamente, i vizi, gli errori (concettuali, strategici e programmatici) e le strumentalità dei partiti che sono stati i principali protagonisti degli ultimi anni della politica italiana.


La prima interpretazione del dato complessivo, forse banale nella sua evidenza, è quella secondo cui i cittadini, attraverso l'astensione massiccia, hanno comunicato una sfiducia definitiva nei confronti della rappresentatività e della capacità di amministrare seguendo gli interessi generali da parte dell'attuale sistema dei partiti secondo-repubblicani; attraverso il voto, invece, hanno consegnato l'avviso di sfratto alla classe politica che ha diretto le strutture di cui sopra.

lunedì 21 maggio 2012

I cent'anni del Paròn

post tratto dal mio blog Polis, Policy, Politics su Il Futurista

Il 20 maggio avrebbe compiuto cent’anni l’uomo al centro della più importante mitopoiesi triestina del Novecento: Nereo Rocco, el Paròn. Calciatore simbolo della gloriosa Triestina degli anni Trenta, quella immortalata dai versi di Umberto Saba in Tre Momenti e Squadra paesana, raggiunse l’apice nella veste di allenatore dalla fine degli anni Quaranta alla fine dei Settanta, quando si spense a 67 anni.

Tozzo, burbero all’apparenza e privo di diplomazia, in realtà un uomo umile, semplice e di grande umanità. Nulla a che vedere con i demiurghi che imperversavano all’epoca - il mago Herrera - e che si arrogheranno il proscenio fino ai giorni nostri, come l’Arrighe da Fusignano o lo Special One da Setubal. Nereo Rocco, divenuto el Paròn in un epoca in cui Mister in Italia suonava ancora male, aveva genio applicato al calcio: in un’Italia legata al modulo chiamato Sistema, di cui era stato eccellente interprete il Grande Torino, introdusse un’eresia tattica d’invenzione elvetica, tale Catenaccio, destinata a fare le fortune di squadre provinciali come la Triestina e il Padova e far storcere il naso ai critici del pallone. Muro difensivo e via veloci in contropiede.

giovedì 22 marzo 2012

La Pietrasanta e il Montezemolo

pubblicato su Il Futurista nel blog Polis, Policy, Politics

Sabato scorso, mentre a Pietrasanta Futuro e Libertà avviava la due giorni destinata a innescare il secondo tempo della sua vita politica, contemporaneamente la fondazione Italia Futura affidava a un editoriale firmato da Nicola Rossi, Carlo Calenda e Andrea Romano la riflessione sui programmi e i progetti necessari a riformare il nostro Paese.


Una coincidenza assolutamente sospetta visto che a collimare non sono stati solo i tempi d'uscita, ma sostanzialmente anche le analisi e gli impulsi espressi da Gianfranco Fini all'interno della convenzione e dal terzetto vicino a Montezemolo nel suddetto articolo.

mercoledì 14 marzo 2012

Il Polo che non c'è

post tratto dal mio blog Polis, Policy, Politics su Il Futurista

Quello che sta accadendo a livello locale, in questa fase che precede le prossime elezioni amministrative, ci sta dicendo una cosa: il Terzo Polo resta sostanzialmente un luogo inespresso della geografia politica italiana. A incominciare dal nome, per alcuni Nuovo Polo (gli “innovazionisti”), per altri Polo della Nazione (i più patriottici), ma anche Alleanza Popolare (i centristi): fatto forse banale ma un soggetto politico per esistere davanti agli occhi dell'opinione pubblica deve avere uno e un solo nome.



Dalla confusione sul nome a quella sulle strategie di breve termine il passo è breve. Per quanto lo sgretolamento del bipolarismo muscolare che ha contraddistinto la seconda Repubblica - avvenuto negli ultimi anni col posizionamento terzo dell'UdC - abbia scisso le dinamiche politiche nazionali da quelle locali, la rincorsa del Terzo polo verso il voto politico del 2013 dovrebbe trovare benzina nella elezioni amministrative della prossima primavera, quando saranno chiamati alle urne oltre 9 milioni di italiani e si eleggeranno, tra gli altri, i sindaci di Palermo, Genova, Verona, Taranto e Parma.

sabato 11 febbraio 2012

Il Ricordo e il presente

Dieci anni fa, grazie alla legge n.92/2004, è stato dedicato il 10 febbraio al Ricordo dell'esodo istriano, fiumano e dalmata e della tragedia delle foibe, in cui perirono decine di migliaia di italiani, vittime della pulizia etnica ideata e perseguita dal maresciallo Josip Broz, meglio noto come Tito.
La data ricalca quella del Trattato di Parigi che, il 10 febbraio 1947, sancì il passaggio definitivo della penisola istriana (con le città di Pola, Parenzo, Rovigno), di Fiume e della Dalmazia (con la città di Zara), per un totale di 7.700 chilometri quadrati, costringendo all'esodo tutti coloro che volevano restare italiani e temevano le ritorsioni del nazionalismo jugoslavo.

                                  

Possiamo leggere, nel libro di Arrigo Petacco L'Esodo, l'ammissione di Milovan Gilas, vice-primo ministro jugoslavo e membro del Cominform
«Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria a organizzare la propaganda antitaliana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Ma bisognava indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto»
Sul finire della Seconda guerra mondiale infatti, mentre tutta l'Italia veniva liberata dall'occupazione nazista dalle truppe alleate, a Trieste e nell'Istria la "liberazione" avvenne ad opera dell'esercito jugoslavo guidato dal macellaio Tito, che poté imperversare indisturbato e dare sfogo al suo disegno di annessione e slavizzazione di tutta la Venezia Giulia, di Fiume e della Dalmazia.
Tito, totalitarista, comunista e nazionalista, fu capo indiscusso di un regime che immediatamente dopo la guerra attuò un dura repressione politica e ideologica, come ricorda l'ex dirigente triestino di PCI e PDS Stelio Spadaro: chiuse i luoghi di culto, le sedi di partito, tolse la libertà di parola, piallò ogni forma di diversità etnico-linguistica, chiudendo molte delle scuole di lingua italiana, controllò ogni respiro della società attraverso un servizio segreto chiamato Ozna, istituì campi di concentramento di cui quello di Goli Otok è stato tristemente il più celebre. 

martedì 7 febbraio 2012

Il Ricordo e la propaganda

Tanto rumore per nulla.

La manifestazione fiorentina per commemorare i martiri delle Foibe, colta al volo per praticare un po' di anticomunismo militante, alla fine non ha visto la presenza di Giorgia Meloni, bloccata nella capitale dal maltempo.


L'ex ministro della Gioventù aveva infatti inizialmente aderito all'iniziativa del centro sociale di destra Casaggì di Firenze, accanto a cui si erano schierati il PdL, la sua organizzazione giovanile denominata Giovane Italia e i discussi e discutibili "inquilini" di Casa Pound. La presenza di quest'ultimi aveva causato malpancismo nei berlusconiani, anche perché commemorare il 10 febbraio seppure in anticipo è giusto e doveroso, fare un po' di caciara sventolando il pericolo comunista aiuta a mantenere il tono propagandista di basso profilo, però sfilare accanto ai fascistelli del terzo millennio rischia di essere caricaturale. Anche per i pidiellini.